Cronaca di un viaggio - COSTA D’AVORIO DIECI ANNI DOPO

L'emozionante racconto di Gianpietro BassaniRedazione on-line 

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La prima domanda che mi è stata posta, dopo aver manifestato l’intenzione di ritornare in Costa d’Avorio, fu: “Perché lì?”, e di seguito “Se vuoi impegnarti, perché lì e non qui?” Onestamente, una risposta completamente convincente, a giudicare dalla faccia dell’interlocutrice, non l’ho data.

 


Avevo incontrato più volte Suor Anna Rita, con la quale avevo collaborato per cinque mesi in Burkina Faso; da sei anni si trovava in Costa d’Avorio, e da alcuni anni a Bloléquin, dove ero stato dieci anni fa nei momenti finali di una guerra, che definire civile non è proprio corretto.

Mi sono domandato spesso perché degli ultimi dodici anni della mia vita ne ho passati quasi due in paesi, una volta definiti del Terzo Mondo e ora, con un eufemismo, in via di sviluppo. Il perché forse va ricercato nella voglia di conoscere un mondo che ti sembra staccato o lontano per storia, lingua costumi; ma che poi lontano o separato non è. Ultimamente cominciamo a rendercene conto, anche se parzialmente e talora in maniera errata.

 

Il senso di una scelta

Ma credo di avere trovato la risposta alla domanda sul senso della scelta: la restituzione. Operando in certe realtà senti più forte la ragione di questa azione.

Restituzione che non è solo denaro, ma soprattutto tempo: tempo che condividi in maniera completa. Il tempo è parte fondamentale di te; quando l’hai donato, non ritorna più: dai qualcosa per sempre.

Sono arrivato a Bloléquin dopo tre giorni di viaggio.

Il viaggio precedente me lo ricordavo ormai vagamente, soprattutto gli ultimi 60 km; un viaggio tranquillo, strada ben messa in mezzo alla boscaglia, ma qualcosa era cambiato: i primi km dopo Guiglo erano un nastro d’asfalto interrotto ogni tanto da buche; gli ultimi km si erano trasformati in un nastro di buche intervallato da tratti asfalto.

La seconda guerra o guerrilla o saccheggio, che dir si voglia, aveva lasciato le sue tracce anche sulla strada.

I canti di accoglienza dei bambini dell’orfa-natrofio e i balli delle assistenti mi hanno richiamato alla realtà: sono arrivato, hai davanti tre mesi, datti da fare.

C’è stata un’immediata immersione nei problemi e nelle difficoltà del posto.

Gli orfani mi hanno subito richiamato la guerra del 2011/2012 e i suoi strascichi non ancora risolti: povertà, rancori, disagi, prevaricazioni striscianti.

La prima visita è stata per il piccolo cimitero all’interno della missione che accoglie i piccoli che non ce l’hanno fatta; l’ultima tomba portava la data del 2016; in questi giorni se n’è aggiunta un'altra: un bambino di cinque mesi ha raggiunto gli altri 56 piccoli amici.

L’obiettivo del mio viaggio era preparare il progetto di costruzione di una scuola materna. Gli incontri con L’Ispettore per l’Insegna-mento Primario e il Consigliere Pedagogico del Distretto di Bloléquin servivano per darmi un quadro della situazione (20.000 bambini che frequentano il primo ciclo e solo una scuola materna; “Ben venga la costruzione di una nuova scuola materna, noi non siamo in grado di soddisfare le richieste che ci sono fatte dai villaggi”, mi dice). C’è un obiettivo, secondo me altrettanto importante: dare ai bambini ospiti della “Pouponnière” una possibilità di recuperare gli svantaggi derivanti dalla loro situazione di orfani.

Sono stati tre mesi abbastanza intensi; la fatica della lingua, l’incontro con i funzionari pubblici, molto gentili, ma vaghi e sfuggenti nelle risposte; il frequente richiamo a Dio quando chiedi come va (a Dio piacendo, grazie a Dio) e ti rendi conto che non è un modo di dire. Penso che la loro storia di “animisti”, dove il soprannaturale o l’ultraterreno pervade ogni momento della loro vita, abbia lasciato una traccia. (Le insegne dei negozi, le scritte sui bus, le decalcomanie sulle auto sono un continuo richiamo a Dio). Una visione della realtà dove gli “Spiriti” sono parte integrante della vita e che si trovano a disagio con il progresso (i tetti di lamiera, invece che di foglie intrecciate, impediscono l’accesso alle abitazioni; sarà per quello che alcune capanne hanno tetti ricoperti da fantastiche bouganvillae).

 

Quali i ricordi di questi tre mesi?

Adama, un bambino della Pouponnière, i cui spostamenti sono fatti strisciando per terra e che, quando mi vede vicino, alza le braccia per farsi aiutare a camminare; sembra preso da un’ansia di muoversi e andare lontano.

I pianti incessanti dei neonati che hanno fame e, forse, chiedono attenzione.

Le suore che alle cinque del mattino iniziano la loro giornata e quando arrivo per la colazione hanno già percorso chilometri su e giù per la missione (le preghiere, i bambini dell’orfanatrofio, i polli, i maiali, le disposizioni per gli operai, le visite in ospedale, le attività in parrocchia): un frenetico movimento. La missione è un continuo via vai.

I gendarmi che vengono a informarsi del neonato da loro recuperato in un fosso e che portano un sacco di riso da 50 kg e 40.000 Franchi CFA (il salario minimo garantito è pari a 50.000 Franchi CFA).

Il guardiano che aspetta il ritorno di GbaGbo (l’ex presidente ora in prigione a L’Aia).

L’ammutinamento dei mercenari, che lamentano il non rispetto degli impegni da parte dell’attuale presidente e allora fermano macchine e autobus, sequestrano i documenti e, se vuoi continuare, devi pagare l’obolo.

La Galilea, la festa del lunedì di Pasqua (“E’ risorto, vi precede in Galilea”) con pranzi, giochi e balli.

La messa al villaggio con balli e danze alla comunione

L’arrivo degli orfani. Improvviso e sempre di sera, all’ora di andare a letto. L’ultimo caso, a fine aprile; la mamma arriva all’ospedale, dopo 10 km in moto lungo le piste della foresta; nascono due gemelli e lei muore. Nei tre mesi, durante i quali sono rimasto alla missione è successo quattro volte. Questo comportava una serie di attività (lavare i neonati, preparare loro un lettino, dar da mangiare al padre, che al mattino aveva sepolto la moglie, preparare per lui e per gli accompagnatori un posto per dormire).

Il mattino seguente: accompagnare in ospedale il bambino per le visite e per la preparazione della scheda da parte dell’assistente sociale. Il neonato adesso era a carico della missione; lo stato aveva così assolto a tutte le sue funzioni. Poi più nulla, solo talvolta il buon cuore di qualche funzionario.

Le file interminabili di ragazzi e ragazze che tornano a casa da scuola al termine delle lezioni.

Il capo villaggio il quale, superati i primi momenti di diffidenza, commenta, triste e stanco, la situazione politica della zona dicendo “abbiamo deposto le armi, ma i nostri cuori sono ancora armati”, prevedendo giorni tristi.

Père Gilbert, il parroco, molto scettico sull’attuale situazione, che cerca di tenere unita una comunità dove convivono Gueré (i locali) e i Mossi (gli intrusi, molti dei quali sono venuti dal Burkina al seguito dell’attuale presidente) e altre etnie; le letture della messa e gli avvisi in tre lingue perché non capiscono (o non vogliono intendersi?).

Père Léopold, che alla mia domanda “La situazione mi pare abbastanza tranquilla”, mi risponde secco: “Gian Pietro, chi ha vinto comanda e si arricchisce, che ha perso sta sottomesso e aspetta”.

Il ragazzo che, tornato da Abidjan dove era rimasto una decina di giorni per un corso, ritrova il suo appezzamento di terreno venduto. Anche le suore hanno avuto un’esperienza analoga: il terreno che loro avevano acquistato, se lo sono trovato venduto, successivamente anche ad un altro acquirente.

I piccoli che piangono.

I bambini che scorrazzano gridando e ridendo; Gilbert che ti si attacca alle gambe e non ti molla.

Michelangelo, il pittore-imbianchino che passava ore a rimirare la parete bianca o a parlare al cellulare.

Ognuno con un pensiero al futuro, ma con le ferite di un recentissimo passato di guerra e di vendette che bruciano ancora.

E una speranza che li spinge ogni giorno a ricominciare per ricostruire rapporti dilaniati dalla guerra e dalla povertà.

E i bambini della Pouponnière già provati dalla vita, e ai quali basta poco per alimentare le loro speranze e farli sorridere.

È stato un viaggio iniziato prima ancora di partire e che non finisce mai, perché la memoria di questa esperienza continuerà a scorrermi dentro.

Penso di chiudere con una citazione, passatemela: “I viaggiatori hanno troppa fretta ai nostri giorni, fretta di arrivare, arrivare a tutti i costi, ma non si arriva soltanto alla fine del cammino. A ogni tappa si arriva da qualche parte, a ogni passo si può scoprire una faccia nascosta del nostro pianeta, basta guardare, desiderare, credere, amare.”


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